L’etica come motore della sostenibilità

All’interno del paradigma dell’economia convenzionale il problema etico non sussiste, perché in quest’ambito la valutazione morale della distribuzione delle risorse e della ricchezza si risolve nel principio della massimizzazione del benessere. Tanto meno si pone il problema – anche questo, per certi aspetti, morale – dello sfruttamento indiscriminato del pianeta o di alcune sue componenti, ammenoché non si arrivi ad un livello di scarsità tale da condizionare il mercato secondo i ben noti meccanismi della domanda e dell’offerta, il che presuppone ovviamente l’attribuzione di un valore economico (monetario) alla risorsa stessa. Il problema per così dire “pratico” di questo approccio consiste nell’insorgere di alcuni effetti collaterali non previsti (esternalità) e nella difficoltà della loro internalizzazione nelle funzioni economiche. La dottrina economica prevede al massimo una comparazione tra vantaggi e svantaggi o un’analisi costi-benefici, e in entrambi i casi non si persegue alcun obiettivo di giustizia o di equità, ma solo quello di ottimizzare la soddisfazione delle preferenze.
Di tutt’altra natura sono le premesse dell’economia estesa che, una volta riconosciuto il carattere di globalità del sistema come unione dell’economia e degli ecosistemi che la sostengono, scavalca l’interesse del singolo individuo o della singola entità economica e pone in primo piano il sistema stesso e la sua conservazione. Di conseguenza sorge il problema della distribuzione presente e futura delle risorse poichè la loro distribuzione e il loro utilizzo condizioneranno la possibilità di sopravvivenza del sistema, ovvero la sua sostenibilità nel tempo. Si pone, dunque, il problema dell’equità inter- ed intra-generazionale.
In quest’ottica si sono sviluppati diversi filoni di pensiero, da varie forme di contrattualismo, che vedono nella teoria della giustizia di J. Rawls (1971) il caposaldo più significativo dei nostri tempi, fino a posizioni più estreme come quella della bioetica, secondo cui l’uomo non è l’unico rappresentante della classe dotata di dignità morale, ma a tale classe appartengono tutte le creature viventi.
Il proliferare di teorie e posizioni testimonia il tentativo (forse anche il bisogno) di dare una dimensione morale all’economia, e non a caso si citano sempre più spesso in ambiti economici illustri rappresentanti del pensiero moderno che non sono economisti ma filosofi, storici, sociologi o studiosi di altre discipline scientifiche. Questo non stupisce se si considera che la questione ambientale è per sua natura molto complessa, ed essendo l’ambiente tutto l’osservabile ne deriva un dibattito che tocca tutte le sfere dell’esistenza. Tuttavia si deve onestamente ammettere che non si è pervenuti mai ad un “teorema dell’esistenza” e che le scelte morali dell’uomo possono solo essere sostenute (o meno) dalla natura, non da essa determinate.
Con tutta probabilità la questione etica nei termini che stiamo discutendo non si sarebbe posta affatto se il pianeta avesse davvero mostrato una disponibilità di risorse sufficientemente grande da permettere la realizzazione del paradigma convenzionale di crescita lineare e illimitata. In questa circostanza la valutazione della sostenibilità si sarebbe ridotta ad una visione quasi metafisica del mondo, esprimendo così al massimo un bisogno esclusivamente umano di realizzare obiettivi morali più alti, e anche i criteri di valutazione sarebbero stati certamente molto vari e soggettivi.
E’ evidente che non è questa la realtà che ci riguarda, e dare, oggi, una valutazione della sostenibilità significa disporre di grandezze fisiche in termini di flussi di risorse e di energia, e di relative unità di misura. Una certa soggettività nell’approccio alla valutazione si conserva in virtù delle diverse posizioni in merito alla questione ambientale, ma non sono più in discussione le basi scientifiche della sostenibilità. Si è trattato allora di pervenire a modelli che formalizzassero in modo rigoroso e scientificamente inoppugnabile lo stretto legame tra economia e ambiente. Questo non significa che la valutazione morale della sostenibilità sia passata in secondo piano, al contrario, proprio in virtù di questo stretto legame tra ambiente, risorse e uomo, la questione etica si fa concreta e “misurabile”; un tipo di distribuzione delle risorse anzichè un altro fa la differenza non solo nel soddisfare o mortificare l’istanza di giustizia di molti popoli e di molti gruppi sociali, ma anche nelle equazioni dei flussi, nella reversibilità o meno di certi processi e, in ultima analisi, nella possibilità o meno di sostenere la vita su questo pianeta.

Il triangolo della sostenibilità
Il triangolo della sostenibilità

Si è detto che per poter godere della possibilità di fare una scelta, che sia egoisticamente rivolta a noi e a noi soltanto nel presente,  oppure che sia indirizzata alla difesa delle generazioni future, si impone comunque e a priori la conservazione dell’ambiente naturale in cui viviamo, e le emergenze ambientali sono già gravi. Si è anche sottolineata la necessità di trovare strumenti di indagine che ci consentano di superare, o quantomeno di aggirare, l’indeterminazione cognitiva, ad esempio adottando un principio di precauzione, in modo da manipolare e sfruttare l’ambiente, d’ora in avanti, riducendo al minimo  il rischio capitale di compromettere per sempre le funzioni di supporto alla vita. Questa urgenza  sembrerebbe prioritaria rispetto alla scelta etica.
Tuttavia, l’etica è il vero punto nodale del dibattito sulla sostenibilità, e la tecnologia, potenzialmente in grado di migliorare le condizioni ambientali e di vita, viene asservita allo sfruttamento affatto ottimale delle risorse, contribuendo al degrado degli ecosistemi naturali; in più i mezzi tecnologici (inclusi i mezzi di ricerca) sono concentrati nelle mani di pochi gruppi, e questo favorisce l’accentramento di potere e di ricchezza in favore di una esigua parte di umanità che sembra non essere seriamente intenzionata a stringere patti di solidarietà, nè intragenerazionali nè, tanto meno, intergenazionali. Questa indisponibilità è attribuibile alla connaturata avidità dell’homo oeconomicus, cioè dell’uomo che esiste solo nella dimensione economica convenzionale. In realtà il problema non risiede tanto nel riconoscere la necessità di una svolta nei modelli di sviluppo, quanto piuttosto nel trovare i mezzi e le modalità adeguati per porla in essere. In altre parole, il cambiamento in direzione della sostenibilità sembrerebbe ostacolato più da problemi di carattere “tecnico” che concettuale, e la cosa paradossale è che sono gli stessi economisti (o almeno i più illuminati tra loro) a riconoscere che proprio nel modello teorico dell’economia convenzionale vi sono limiti molto seri, ad esempio nel dare una interpretazione realistica delle scelte individuali. Mentre nelle situazioni ipotizzate dal modello utilitarista le scelte individuali sono tutte volte alla massima soddisfazione dei propri bisogni, nelle situazioni reali sono assolutamente rilevanti per numero e per valenza casi in cui questo assunto viene confutato; nelle parole di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998:

 

Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998
Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998

…l’approccio etico si è andato indebolendo in maniera sostanziale man mano che l’economia moderna si evolveva. La metodologia della cosiddetta “economia positiva” non solo ha eluso l’analisi normativa in economia, ma ha avuto anche l’effetto di far ignorare una gamma di complesse considerazioni etiche che influenzano il comportamento umano effettivo…”

Questo comporta evidentemente problemi molto seri anche a livello politico e decisionale. In primo luogo il passaggio da una economia convenzionale ad una economia estesa (indipendentemente dall’aspetto etico) non può avvenire per “azzeramento”, nel senso che non è possibile annullare di colpo tutto ciò che è stato finora fondamento e struttura portante di quella parte di società umana che ha di fatto disegnato l’attuale scenario del mondo, per poi trasferirla in un nuovo sistema di riferimento e in una nuova matrice di esistenza, per quanto questa rappresenti un mondo più reale e anche più vicino alla dimensione umana. I rapporti sociali, economici e politici sono diventati enormemente complessi e pertanto occorre operare il cambiamento all’interno della matrice iniziale, costruire il nuovo sul vecchio che non può essere improvvisamente rimosso se non a prezzi altissimi dal punto di vista della stabilità politica e sociale.
Una drastica ed improvvisa riduzione di scala a livello produttivo e di consumo, come anche l’imposizione di un cambiamento incisivo sul prelievo delle risorse e sulla produzione di rifiuti porterebbe a conseguenze destabilizzanti per gran parte dell’umanità, ove non si creasse prima un opportuno terreno; in primo luogo sarebbe il caos per le società industrializzate, in seno alle quali sono estremamente radicati gli attuali modelli di consumo, e poi il caos interesserebbe tutto il resto del mondo globalizzato. Con tutta probabilità le prime vittime sarebbero proprio quegli ultimi del mondo che, se allo stato attuale non hanno un peso significativo nelle trattative internazionali, in una ipotetica situazione di crisi globale dei vecchi sistemi verrebbero certamente schiacciati. E tutto questo solo nella speranza che gli uomini superstiti siano in grado essere in futuro uomini diversi e migliori.
Certo, in linea di principio anche questa potrebbe essere una soluzione, ma se il problema etico si pone nei confronti di chi ancora non c’è (generazioni future), sarebbe moralmente corretto spingere le società attuali sul baratro, foss’anche alla luce di una impellente necessità di cambiamento? E fino a che punto possiamo prevedere gli effetti di questo tipo di scelta? Potrebbe verificarsi l’esatto contrario di ciò che volevamo, un’ultima, definitiva e terribile ripercussione sull’ambiente già provato.
In questa necessità di rimanere nel vecchio sistema di riferimento riposa la scelta obbligata di costruire l’economia ambientale avendo come base i principi convenzionali, e in verità molti dei nuovi approcci nell’ambito dell’economia estesa sono ancora di tipo microeconomico, come pure microeconomico è l’approccio di tutto il dibattito sullo sviluppo sostenibile. Si tratta in sostanza di fare un riesame del percorso storico che ci ha portati fin qui e, alla luce delle esperienze fatte e delle conoscenze acquisite, trovare una strada percorribile, escludendo di poter tornare indietro.
Fino ad oggi il mercato generatore di prezzi, sul quale si sono costruiti tutti i modelli sociali, più o meno stabili e più o meno afflitti da tensioni e contraddizioni, è stato il fattore primario di condizionamento, sia per quanto attiene alla gestione dell’ambiente, sia per quanto riguarda le politiche sociali. Oggi si tratta di fare una scelta ragionevole quanto coraggiosa in seno alla quale si priverebbe il mercato di questa sua propria esclusività decisionale per ridimensionarlo ad una più logica funzione di mediazione tra le varie componenti del sistema. I tentativi che si stanno facendo da più parti da vari decenni, al fine di indirizzare l’economia su un terreno di sostenibilità nel tempo, sono tutti mirati in definitiva ad una riconversione del mercato e dell’intero sistema economico a denominatore comune dell’ambiente, da un lato, con tutte le sue leggi fisiche e le sue funzioni, e delle istanze etiche, dall’altro, e in virtù di questa nuova collocazione il mercato diventerebbe semplice mediatore, e non più esclusivo decisore, delle vicende socio-economiche.
In quest’ottica appare certamente più probabile risolvere il problema dell’equità nei confronti delle generazioni presenti e future.
I problemi pratici legati ad un cambiamento di simile portata sono molti e di varia complessità, non ultimo anche il problema istituzionale, soprattutto in considerazione del fatto che la questione ambientale ha dimensioni planetarie e tuttavia viene affrontata in un contesto di diritto frammentato in porzioni territoriali, e ciò che si dovrebbe rappresentare come una carta fisica alla fine si deve rappresentare come una carta politica.

Lucia Pallotta