Quanto costa o quanto vale?

Economia, ambiente e biodviersitàUn aforisma di Oscar Wilde definisce cinico colui che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna. E in verità la tentazione di trasporre questa definizione alla figura dell’economista è forte poiché con il passare del tempo l’economia ha assunto proprio quelle caratteristiche di cinismo che sembrano averla allontanata sempre di più da considerazioni di carattere etico o morale. Non a caso l’economia ha smesso da qualche tempo di essere economia politica ed è diventata sempre più economia positiva, quasi a volersi sdegnosamente staccare in modo netto da tutte le forme di pensiero filosofico e politico per assurgere alla più alta sfera di scienza certa e quantitativa. Tuttavia in vari momenti storici si è affermata la necessità epistemologica di trovare la correlazione tra prezzo e valore, il che presuppone a monte di trovare una definizione di valore che sia in qualche modo data ed oggettiva. Nessun economista è riuscito ad aggirare realmente questo ostacolo, a trovare cioè una correlazione tra ciò che gli economisti possono intendere per valore e ciò che la stessa parola può significare in altri contesti.
L’attribuzione di un prezzo di mercato ad un bene sembrerebbe risolvere la questione, ma si tratta di una soluzione solo apparente, tanto che l’economia (o una certa economia) sceglie la strada meno perigliosa e più diretta di accantonare il dibattito sulla teoria del valore con la giustificazione che un confronto di idee e posizioni su questo terreno non porta a nulla di concreto sul piano operativo, e dunque il tutto si risolverebbe in un inutile quanto stucchevole sofisma che potrebbe avere come unico scopo – al pari di gran parte dell’economia politica – quello di prestarsi come strumento pedagogico.
Eppure la teoria del valore non è una parte della teoria economica come tutte le altre, perché è proprio in seno ad essa che si stabilisce quali sono l’oggetto e lo scopo del ragionamento economico. E poiché l’assegnare un prezzo a tale oggetto è un momento successivo a quello dell’assegnazione di un valore, ne deriva che l’economia può anche non riconoscere come legittimo il legame con la filosofia e la politica, tuttavia esso esiste e finisce con il condizionarla pesantemente suo malgrado, a meno di non ricorrere ad occulte manovre di censura intellettuale.
E’ possibile che una cosa, a cui venga attribuito un certo valore soggettivo o a cui venga riconosciuto un certo valore oggettivo, non abbia prezzo sul mercato, ma non è certamente possibile il contrario, dato che l’attribuzione di un prezzo assegna automaticamente almeno un valore economico. Ne deriva che una teoria del valore (sia pure inteso solo in senso economico) che abbia un significato logico deve almeno essere in grado di spiegare il meccanismo di formazione dei prezzi.
Proprio come la fisica spiega la relazione tra peso e massa degli oggetti, così l’economia dovrebbe spiegare la relazione tra il prezzo e il valore delle cose. Se il problema si risolvesse tutto in questa analogia, forse sarebbe relativamente facile trovare una qualche soluzione: come la massa è una costante fisica mentre il peso dipende dal campo di forze gravitazionali in cui la massa viene a trovarsi, così il valore delle cose potrebbe essere una caratteristica intrinseca mentre il prezzo potrebbe dipendere dalla loro utilità in certe particolari circostanze. Purtroppo le cose sono più complicate. Ad esempio, se il valore è una proprietà intrinseca delle cose, vale a dire da esse posseduta a priori e a prescindere dal contesto, come mai il giudizio di valore è così soggettivo? D’altra parte, se il valore delle cose è funzione della loro utilità, come mai vi sono cose inutili per la maggior parte degli esseri umani che hanno, ciò nonostante, un prezzo di mercato molto alto, mentre ci sono cose indispensabili a chiunque, come l’aria o l’acqua, che hanno un prezzo assolutamente esiguo o addirittura non lo hanno affatto? La risposta a questi interrogativi diventa difficile anche nella confortante ipotesi che, sia il valore che, più ovviamente, il prezzo sono proprietà che vengono attribuite dall’uomo alle cose e pertanto esse sono suscettibili di una certa libertà di definizione. Più avanti su questa stessa strada troveremo anche cose di cui non sappiamo abbastanza né al fine di attribuire loro un valore né, tantomeno, al fine di attribuire loro un prezzo (ad esempio la biodiversità).

In ambito economico quando si parla di valore ci si riferisce solitamente al valore delle merci, cioè si restringe arbitrariamente l’insieme degli oggetti dotati di valore a quella tipologia di cose che trova origine nei processi produttivi. A partire da questa premessa è possibile dare una spiegazione del valore delle merci da due punti di vista: il primo fa risalire il valore delle merci al lavoro che direttamente o indirettamente è stato necessario a produrle, il che assegna loro un valore intrinseco; il secondo punto di vista fa discendere il valore delle merci dalla loro utilità per il consumatore spostando così l’attenzione dalla fase di produzione a quella di consumo. Apparentemente la teoria del valore-lavoro e la teoria del valore-utilità sono contrapposte, tuttavia se inquadrate nel contesto storico dell’evoluzione del capitalismo, esse riconducono entrambe ad un processo di produzione-consumo il cui fine ultimo non è il valore d’uso ma il valore di scambio, cioè il profitto. Rimane il fatto che per lungo tempo il lavoro è stato considerato una prima importante unità di misura del valore, da Smith a Ricardo e poi a Marx. Ma nel tardo Ottocento l’avvento del calcolo infinitesimale e il rafforzamento del pensiero positivista furono i catalizzatori di un profondo cambiamento di metodo per l’economia che pretese per sé una formalizzazione matematica in grado di dare rigore scientifico al ragionamento economico, e in questa condizione la teoria del valore si ridusse ad un mero problema di calcolo.

Sembrerebbe dunque che l’affermarsi del paradigma neoclassico abbia segnato l’inesorabile tramonto della teoria del valore la quale si è ridotta ad una meno gratificante teoria dei prezzi nella cultura economica dominante. Vero è anche che il ritorno ad un dibattito sul valore nei termini in cui esso si è sviluppato in passato non avrebbe più senso poiché entrambe le definizioni di valore che abbiamo messo sin qui a confronto sono palesemente prive di utilità nel momento stesso in cui si accetta, ragionevolmente, che nei processi produttivi e, più in generale, nei processi di crescita economica, occorre dare un nuovo significato al concetto di risorse. Il concetto di scarsità, centrale per l’economia, ci porta a considerare come risorse sia le materie prime, sia i fattori produttivi (compreso il lavoro, cioè il fattore umano) e sia  i prodotti, e questo richiede l’introduzione di nuovi criteri di economicità. Il concetto di risorsa al posto del concetto di merce evoca la possibilità di rigenerarne la disponibilità, cioè evoca l’origine o la fonte da cui si rigenerano nel tempo gli elementi naturali che costituiranno gran parte dei beni prodotti e utilizzati dall’uomo. In altre parole,  ci chiediamo se il termine risorse al posto di prodotti può facilitare l’attribuzione di un valore, o quanto meno comportare una diversa impostazione del problema.
L’approccio classico privilegia il rapporto uomo-ambiente sociale ma trascura il rapporto uomo-risorse; d’altra parte, l’approccio neoclassico basato sul concetto di scarsità privilegia il rapporto uomo-risorse ma sacrifica quella parte importante del processo di sviluppo economico che consiste nell’insieme delle trasformazioni strutturali e istituzionali. E’ davvero inevitabile mantenere così rigidamete separate le due strade? La risposta è sì, se si persevera nel considerare l’economia come scienza ormai cristallizzata nei suoi incompatibili paradigmi; la risposta è no, se l’economia si rende capace di evolversi con le società e con i sistemi ambientali in cui opera. Ancora più gravi saranno le conseguenze di una ostinata perseveranza nel non voler riconoscere altro oggetto degno di valore se non quello derivante da un processo produttivo che si risolve tutto nell’ambito della dimensione umana e tecnologica, poiché questo condannerebbe l’economia a diventare scienza astratta che esiste solo al di fuori della storia e dell’evoluzione dei sistemi. E soprattutto al di fuori della natura. E la natura è molto vendicativa.

Lucia Pallotta